Il caos della Brexit

Brexit. Il 31 ottobre si avvicina e ancora è buio fitto sulla Brexit. Proprio oggi matura la scadenza delle legge Benn, uno dei trabocchetti messi dalle opposizioni  sul cammino di  Boris Johnson. La legge, votata dal parlamento che il primo ministro aveva mandato in vacanza per un mese (proprio per evitare questi sgambetti) e la corte ha rimesso al lavoro, obbliga alla richiesta di un’estensione della permanenza dell’Inghilterra nella Ue se appunto entro il 19 ottobre non sarà stato firmato alcun accordo. Johnson cercherà qualche cavillo per non attuare questo adempimento della legge ma si tratta dell’ennesima vicenda che conferma il caos esistente nella politica di quel Paese, un tempo emblema di un’ordinata alternanza al potere. Ora c’è un partito conservatore che Johnson fatica a compattare e solo la minaccia di espulsioni (alcune avvenute) ha evitato finora degli ammutinamenti nonostante abbia allontanato il partito dalle posizioni moderate sull’Europa e non solo, in Italia si direbbe uno spostamento dalle posizioni centriste a quelle di un radicalismo destroide. Dall’altra parte il partito laburista guidato dalla corrente di sinistra di  Jeremy Corbyn non rappresenta un’alternativa. Sulla Brexit lui è apparso quanto mai ondivago, tanto da scontentare tutti, sia i filo-europeisti che gli anti-Ue. Non è un caso che i sondaggi premino largamente i conservatori. L’unico partito schierato apertamente pro-Europa è quello liberale ma la sua forza elettorale è assai scarsa.

Un accordo con l’Ue potrebbe essere trovato all’ultimo minuto, sotto la spinta dell’emergenza, agevolato da una posizione meno intransigente dell’Irlanda sulla questione dei confini e del destino del Nord del Paese. Anche gli irlandesi sono ormai consapevoli che con l’accordo o meno l’Inghilterra se ne andrà: Johnson ha investito sulla Brexit la sua carriera politica e non può arrivare alle elezioni, attorno a Natale, senza avere questo scalpo. Anche perché gli inglesi, tranne i londinesi, sono schierati a favore del divorzio dall’Ue. Non sono veritiere certe analisi dei giornali europei secondo le quali l’elettorato si sarebbe convertito all’Europa  dopo averle votato contro nel referendum. Oltre il 90% di chi ha votato nel 2016 voterebbe allo stesso modo. Ecco perché questi sono davvero gli ultimi giorni dell’Inghilterra nella Ue. Sarà bene che l’Europa ne prenda atto, si scrolli di dosso l’apatia e avvii quel nuovo corso che renda orgogliosi coloro che vi partecipano.

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