LA LEGA VERSO IL CONGRESSO

LA LEGA VERSO IL CONGRESSO

di CARLO VALENTINI

Stanare Roberto Maroni e annientare Umberto Bossi. Per questo Matteo Salvini ha deciso di convocare per il 21 maggio il congresso della Lega, se non ci si mette di mezzo una crisi di governo. Dopo il congresso sarà una lunga volata di campagna elettorale in cui, senza i nostalgici bossiani e i berlusconiani maroniani, lui si ergerà come leader della destra radicale antisistema, scommettendo su un lepenismo all’italiana. Un modo per tirarsi fuori dall’angolo in cui lo ha cacciato Silvio Berlusconi. Un congresso trionfale e un successo elettorale (con conseguente gruzzolo di deputati) gli consentirebbero di tornare protagonista di una scena politica che si preannuncia piuttosto incerta. La sua strategia avrà però bisogno di una legge elettorale proporzionale, senza la necessità di coalizioni.

Comunque il dado è tratto e anche all’interno della Lega ci si conterà, pur se è scontato una sorta di plebiscito. Insomma, stesso copione del Pd. Le uniche incognite (non da poco) sono che faranno Bossi (se ne andrà come Pierluigi Bersani?) e Maroni (guiderà i governativi in attesa della rivincita?).

Sarà il primo congresso senza rituali, niente ampolle, nessun richiamo ad Alberto da Giussano, ogni folklore sarà bandito. Poi ci sarà una finestra sul Sud perché Salvini insiste, nonostante le delusioni raccolte finora, nel volere radicare la Lega pure nel Meridione. Un assise che dovrebbe servire da traino anche per le amministrative di giugno e per i due referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia.

Spiega Salvini, che può vantarsi di avere preso la Lega rantolante al 4% e averla portata al 14%: “L’Italia delle autonomie che sogno in questo momento è minacciata da un’emergenza che si chiama Unione Europea e che vuole distruggere tutte le diversità. Io, come ogni leghista, sono innamorato di tutte le bandiere e di tutte le libertà. Ma per difendere le autonomie regionali dalla Ue e dalla globalizzazione oggi serve una prospettiva nazionale. Se non controlli la tua moneta e i tuoi confini, non puoi avere indipendenza”.

Posizioni lontane anni luce dai propositi governativi di Berlusconi, che ha addirittura fatto pace con Angela Merkel, che per Salvini è fumo negli occhi, e ribadito la lealtà di Forza Italia al Partito popolare europeo. Non a caso l’ex-Cavaliere cerca una sponda in Maroni. Entrambi hanno proposto che il candidato premier di un centrodestra unito sia Luca Zaia, in pratica escludendo Salvini. Ma a nessuno sfugge che il vero, forte candidato alla guida del governo sarebbe Maroni, per tre volte ministro nei governi Berlusconi. Sul suo nome, si coalizzerebbero i forzisti ma pure i centristi guidati da Maurizio Lupi. “Se vince Marine Le Pen- dice Maroni- si va da una parte. Se invece perde, i lepenisti come Salvini dovranno gestire qualche contraccolpo”.

Ma il tallone d’Achille dell’opposizione interna è la mancanza di un candidato credibile, manca un Andrea Orlando leghista, con carisma e disposto a battagliare pur sapendo di non riuscire a vincere, anche se in politica spesso l’importante è partecipare, per poi contrattare. Potrebbe tentare Paolo Grimoldi, segretario in ascesa della Lega Lombarda e maroniano doc. Ma è spaventato dalla lotta impari. Perciò, per ora, tergiversa: “Io resto a fare il mio lavoro”.

Nessun dubbio che il consiglio federale del 10 aprile ratificherà la decisione del congresso con in più l’ok alle primarie previste per il 15 maggio, sempre che si trovi qualche candidato disposto a sfidare il lider maximo (nel caso, potranno votare solo gli iscritti con oltre cinque anni di anzianità). Il consiglio dovrà anche indicare l’ordine del giorno e sarà interessante verificare se al congresso saranno proposte modifiche statutarie, soprattutto laddove è sancito che Bossi è presidente a vita e sll’articolo 1 in cui si indica come traguardo l’indipendenza della Padania.

Bossi appare intoccabile ma attorno a lui nel post-congresso ci sarà il vuoto e per questo non è escluso un suo gesto clamoroso. Ha detto, facendo andare su tutte le furie Salvini “Rischia di cambiare la Lega? No, rischia di cambiare il segretario, la base non vuole più Matteo Salvini, non vuole più uno che ogni giorno parla di un partito nazionale”.

L’assise si terrà a Padova e si tratta di una scelta emblematica perché la città è stata teatro di una guerra fratricida all’interno del centrodestra, vittorioso alle elezioni del 2014 con Massimo Bitonci, messo poi in minoranza da Forza Italia con la conseguente caduta della giunta e l’arrivo del commissario. La Lega ricandida Bitonci e i reprobi forzisti sono stati costretti a chinare la testa per non presentarsi da soli e rischiare una clamorosa figuraccia elettorale. Il braccio di ferro è quindi stato vinto da Salvini, che ha scelto Padova sia per appoggiare la campagna elettorale di Bitonci che per rimarcare che almeno in alcuni territori, è la Lega a dare le carte. Un’altra sfida che sta a cuore a Salvini è quella di Genova, dove l’assalto al Comune, facilitato dal forfait di Marco Doria, sarà condotto da Marco Bucci, uomo di Giovanni Toti, colui che nel fronte forzista guida la corrente che vuole un’alleanza organica con la Lega.

Pochi dubbi su come finirà il congresso, molti dubbi su quanto spazio la corrente di Maroni riuscirà a ritagliarsi. Anche perché Salvini non farà sconti: “Non voglio più voci di fondo che contestano e polemizzano qualunque cosa si faccia. Si fa il congresso e poi si parte in battaglia”.

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