L’ITALIA E L’UNIONE EUROPEA

L’ITALIA E L’UNIONE EUROPEA

di CARLO VALENTINI

E’ più che ragionevole chiedere all’Unione europea di abbandonare un rigido rigorismo che in tempi di crisi delle economie produce all’interno delle società fratture difficilmente risanabili. Una svolta che non deve servire a mettere una pietra su un passato lassista di alcuni Paesi bensì a costruire un’Europa più coesa e solidaristica.

L’Italia, dalle grandi potenzialità ma soffocata da una finanza pubblica divoratrice di ricchezza, chiede giustamente margini di manovra per non bloccare la timida ripresa. Ma deve anche domandarsi se le sacche di improduttività sono state debellate, nel proprio interesse prima che in quello dei partner europei.

Il fatto è che nella ricerca di un nemico esterno, per evitare l’esame di coscienza, è facile additare l’Europa come la causa di tutti i mali. E quindi è impopolare sottolineare come in realtà l’Europa non sia stata così insensibile ma al contrario abbia realizzato un riequilibrio, che con un termine altisonante si potrebbe definire una redistribuzione della ricchezza, al proprio interno, non ad opera dei politici, incapaci di assumere decisioni, ma di Mario Draghi, che attraverso il quantitative easing (l’acquisto di titoli di Stato, soprattutto quelli dei Paesi più a rischio) è riuscito a tenere a galla le economie più colpite dalla crisi e dall’inefficienza. In parte e a fin di bene egli ha travalicato il proprio mandato, facendo “il lavoro sporco” antirigorista per conto di una politica europea (a guida tedesca) incapace di assumersi questa responsabilità.

Le iniziative di Draghi hanno consentito alla finanza pubblica italiana di risparmiare attorno ai 30 miliardi di euro, soldi che, senza il rastrellamento dei bot italici da parte della Banca centrale europea, avremmo dovuto pagare agli investitori internazionali per avere in prestito quanto ci serve per fare andare avanti la macchina. Sarebbe opportuno riflettere su questo e sul fatto che non si è approfittato dell’effetto-Draghi per rimettere a posto i conti pubblici, non tagliando neppure gli sperperi più ovvii. Draghi è riuscito a resistere agli attacchi dei rigoristi tedeschi ma è rimasto senz’altro deluso di fronte al muro di gomma dei Paesi border line sui conti pubblici che non hanno proceduto sulle riforme per rendere più efficiente i propri sistemi economici. Tanto che c’è da preoccuparsi: che succederà quando la Bce volterà pagina e dovremo ripagarci da soli gli interessi sul debito, senza averlo ridotto negli anni in cui il vento spirava a favore?

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