QUEL BIOTESTAMENTO CHE ARRIVA IN PARLAMENTO

QUEL BIOTESTAMENTO CHE ARRIVA IN PARLAMENTO

Ancora una volta la discussione sui diritti alla persona non avviene pacatamente analizzando i contenuti, trovando un positivo equilibrio tra le diverse proposte e considerando sia i passi avanti sul piano scientifico avvenuti negli anni sia la sensibilità che permea la società. Sul caso della legge sul biotestamento che finalmente il 13 marzo approderà alla Camera si rischia di assistere all’ennesimo muro contro muro. Una tenzone ideologica che non tiene conto dello sviluppo della medicina con la conseguente possibilità di tenere in vita per lungo tempo un organismo in modo più o meno artificiale, ciò che pone il problema della dignità a cui una persona ha diritto, del resto anche a Papa Wojtyla è stato risparmiato l’accanimento terapeutico, col riconoscimento implicito pure da parte della Chiesa del diritto a una morte dignitosa. Ma il tema della vita (e della morte) non può essere trattato con leggerezza, come se l’approccio all’eutanasia fosse alla stregua di quello a un’appendicite. Anche in Svizzera il percorso per arrivare allo stadio finale ha degli step codificati e il loro presunto allentamento in taluni casi per trasformare l’eutanasia in business incomincia a fare discutere all’interno dello Stato elvetico proprio perché il fine vita è assai più di un intervento sanitario.

Non ha senso bloccare una legge necessaria né forzarne i contenuti. I risultati delle contrapposizioni sono sempre stati leggi inadeguate. Sulle unioni civili è la magistratura a decidere al posto della politica che sull’adozione in pratica non si era espressa mentre sull’aborto è stata concessa un’obiezione di coscienza che si è trasformata in un rifiuto che il più delle volte con la coscienza ha poco a che fare e che pone le strutture sanitarie in difficoltà a dare attuazione a un diritto che la legge riconosce alla donna. La politica finirà per fare confusione anche sul fine vita?

Un sommesso appello è non farne una bandiera di partito né inalberare un radicalismo religioso ma approvare una legge che con norme chiare definisca in che modo esercitare il diritto a interrompere la vita quando essa è diventata insopportabile.

C’è poi il rischio che la legge non arrivi al traguardo a causa del ping pong tra Camera e Senato e della legislatura agli sgoccioli. Rimarrebbe così questo fai-da-te, la ricerca di un medico amico e compiacente che aumenta la dose del sedativo o il viaggio in Svizzera: il trionfo dell’arte di arrangiarsi.

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