BENIGNI DA BARACK OBAMA

BENIGNI DA BARACK OBAMA

di CARLO VALENTINI

Non sfugge la “coincidenza” tra l’insistente adesione al sì referendario di Roberto Benigni e la sua chiamata alla cena con Barack Obama da parte di Matteo Renzi. Ma proprio negli Stati Uniti i personaggi dello spettacolo spesso si schierano in politica. La differenza, rispetto a quanto succede in Italia (“Benigni? Da Johnny stecchino a Johnny lecchino”, ha detto Renato Brunetta), è che essi non vengono lodati o biasimati per le loro idee e men che meno esse incidono sul giudizio delle loro qualità artistiche. Insomma, benvenga il sì di Benigni come il no di Toni Servillo. Rispettiamone le opinioni e applaudiamoli, se lo meritano, da spettatori in teatro o al cinema. Sì, magari Renzi poteva invitare anche Servillo al party americano: sarebbe stato un bel gesto. O forse Renzi ha voluto semplicemente ricambiare il sì referendario dell’ambasciatore americano in Italia facendosi accompagnare da un dichiarato avversario di Donald Trump: “Gli americani ci copiano, e anche spudoratamente- dice Benigni. -Sta correndo per la Casa Bianca un imprenditore miliardario, che non si è mai occupato di politica, che è sceso in campo per tutelare i suoi interessi, che ha dei guai giudiziari per evasione fiscale, che fa una gaffe dietro l’altra, che si circonda di belle donne e che ha problemi con i capelli. Copiato da noi, tutto. Poi ci sono giornalisti che si domandano come si può eleggere uno così. Ma noi lo abbiamo già fatto, ci siamo arrivati vent’anni prima. Ci lamentiamo sempre eppure siamo un modello da esportazione, anzi siamo dei pionieri”.

Seduto al tavolo col presidente americano ci sarà quindi Benigni, estimatore di Dante Alighieri, di Papa Francesco, dei Dieci Comandamenti (“Il settimo giorno Dio non ha fatto niente e riposandosi inventò il riposo. Ha lavorato anche da fermo”, “Dobbiamo credere in Dio, non cominciamo con le solite storie. Crediamo nell’Uomo Ragno e mi fate storie su Dio?”). Ed è fustigatore della politica. Sì perché a volta la satira del comico toscano (Castiglion Fiorentino, 64 anni) è stata spesso sferzante anche verso il corregionale Renzi (Rignano sull’Arno, 41 anni). “Bisogna dargli fiducia a Renzi – dice Benigni. – Uno che è riuscito a far vincere il Pd è capace di cose incredibili. Bisogna dargli fiducia per forza. Fa tante promesse, ma ora si è calmato. Gli 80 euro sono stati un colpo bellissimo. Ha detto che sarebbero rimasti in busta paga e ha mantenuto la promessa. Sono rimasti solo quelli però, non c’è niente, nient’altro perché non c’è lavoro, ma gli 80 euro sì, rimangono”.

Ancora: “A Firenze, alle primarie, il 100% ha votato Renzi; quando hanno saputo che se vinceva andava via, andava a Roma, l’hanno votato tutti. Ora è visto come l’uomo della salvezza, ma di quale partito non è ancora chiaro. In verità c’è il Pd, ma è l’unico partito che riesce a fare opposizione a Renzi”.

Più al vetriolo le sue battute su Silvio Berlusconi: “Pensate ad Arcore, fra 300 anni: “Scusi, per la casa che fu di Berlusconi?”, e la risposta: “Passi per via nipote di Mubarak, prosegua per largo D’Addario, arriverà al parco Apicella ma stia attento che c’è il cimitero Boccassini, e l’obitorio Toghe Rosse. Adesso è un po’ in crisi ma ha avuto cinque mogli, di cui due sue e farebbe meglio a fondare il partito del popolo dell’armadio, per quante volte ci si è nascosto dentro”.

Pure Berlusconi da presidente del consiglio ha incontrato Obama: “Sì, io arrivo dopo –scherza Benigni- ma mi ricordo che lui sembrava Alberto Sordi, ha fatto il primo giro ed è tornato indietro perché non era il momento, poi si è riavvicinato. Quando vidi la scena avevo il terrore che gli raccontasse la barzelletta della mela”.

Alla “Costituzione più bella del mondo” ha dedicato un monologo televisivo. Anche per questo ha sorpreso il suo sì a cambiarla, ma lui si giustifica: “I costituenti hanno previsto i meccanismi di revisione del loro testo. Io sono affezionato particolarmente alla prima parte, quella dei diritti e dei doveri, che per fortuna nessuno vuole toccare. Ma sulla parte dell’ordinamento dello Stato intervenire si può, anche tenendo conto della fase storica in cui la Costituzione è nata, dopo un periodo di umiliazione del Paese e delle sue istituzioni. C’è la maniera di migliorarla ma se non si parte…. Non è come qualcuno dice che se viene bocciata la riforma col referendum poi ci sarà un’altra riforma. No, non accadrà mai più. Poi, certo, ci sono da rivedere alcune cose ma intanto si cambia solo laddove è giusto cambiare. Non i primi 12 principi, che sono straordinariamente belli e intoccabili. È stato un miracolo, i nostri costituenti ci hanno fatto volare e hanno illuminato le macerie. E così l’Italia si è rialzata. Per la seconda parte, però, già i costituenti auspicavano un miglioramento ed è quello che si può fare. Se vince il no il giorno dopo ti immagini? Il morale va a terra peggio della Brexit”.

Prosegue Benigni in veste di quasi costituente e comunque partecipe della campagna per il sì: “Dietro la Carta, se si tende l’orecchio, si sente il frastuono della democrazia, che è lotta e scontro di interessi legittimi, di valori e soprattutto di idee. Però cosa c’era allora, e si capisce benissimo oggi leggendo quegli articoli? Un orizzonte comune, un impegno comune per il bene comune. E infatti quegli uomini e quelle donne sono riusciti a creare lo Stato repubblicano, la sua Costituzione e la democrazia senza violenza. Un momento di grazia”.

Perciò l’appello di Benigni è votare sì e non seguire il proselitismo, per esempio, di Massimo D’Alema e di Beppe Grillo. “D’Alema –dice- l’hanno candidato alla presidenza della Camera e ha detto che per il bene delle istituzioni faceva un passo indietro. Poi alla presidenza della Repubblica e per il bene delle istituzioni ha fatto un passo indietro. Una volta l’ho invitato anch’io e ha detto che per il mio bene faceva un passo indietro…. ecco, faccia un passo indietro”.

Quanto a Beppe Grillo: “Come si fa a dire candido chiunque ma non un politico? Lo diresti di un chirurgo prima di un’operazione? E poi, questa esaltazione dell’ignoranza, questo rifiuto della politica è un rifiuto di occuparti della tua vita, di quella dei tuoi figli e degli altri. Si punta sul caos rifiutando l’intero sistema e fingendo che tutti siano uguali. Non lo sono mai: anche tra due terribili ce n’è sempre uno meno peggio, esiste sempre la possibilità di distinguere”.

L’Italicum invece è un tema che non galvanizza Benigni, interessato alla Costituzione più che alla legge elettorale. Dice: “Renzi è andato al Vaticano perché vuole un miracolo dal Papa. Vuole prendere spunti per la modifica della legge elettorale, chi vince va al governo in eterno senza l’opposizione….”.

Nel cuore di Benigni c’è la Costituzione ma anche l’Europa: “Sono europeista da prima di Carlo Magno – afferma – ma l’euro è una moneta senza Stato. Ci sono 27 Paesi ognuno con un suo punto di vista. Di peggio c’è solo la sede del Pd. Se ognuno si libera dalle sue piccole cose e cede sovranità riusciamo a farla questa Europa. Non è uno scambio di regole ma di sogni. E questa è l’unica cosa che ci garantisce la pace”.

Con queste idee, e un po’ di sarcasmo che non guasta, oggi lui e la delegazione italiana capeggiata da Renzi sbarcano negli Stati Uniti, attesi da un presidente con le valigie pronte.

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