BOLOGNA. LE ELEZIONI COMUNALI E IL BALLOTTAGGIO

di CARLO VALENTINI

 La roccaforte rossa ha crepe vistose. Il sindaco che ce la doveva fare al primo turno, Virginio Merola, s’è fermato al 39,5% e i tre suoi diretti rivali lo hanno surclassato col 49%: la leghista (ma appoggiata anche da Forza Italia) Lucia Bergonzoni andrà al ballottaggio col 22,3%, il 5stelle Massimo Bugani, considerato un fedelissimo di Belle Grillo e  regista delle molte espulsioni in Emilia-Romagna (tra cui quella annunciata del sindaco di Parma, Federico Pizzarotti) s’è fermato al 16,6%, il civico ex-leghista Manes Bernardini ha superato il 10%.

Una debacle se si considera che a Bologna l’ex-Pci superava ad ogni prova elettorale largamente il 60% e solo 4 anni fa il candidato del Pd aveva preso 106 mila voti rispetto ai 69 mila di questa volta.  Non è servita l’alleanza con la parte collaborativa di Sel. Merola s’era recato perfino alla Cgil a firmare il referendum contro il jobs act. Il che sembra contraddire l’analisi di quei politologi che incolpano alla politica di chiusura a sinistra di Renzi l’insoddisfacente risultato nazionale del Pd. A Bologna Merola aveva perseguito un’alleanza alla-Pisapia, salvaguardando il rapporto con Sel, tanto che l’ex-partito di Nichi Vendola  si era addirittura spaccato, con la maggioranza locale decisa a non seguire la nascente Sinistra Italiana di Sergio Cofferati per riconfermare la propria presenza in giunta accanto al Pd. Senza avversari a sinistra (tranne una lista civica, che comunque ha ottenuto il 7%), il Pd nella capitale emiliana ha preso meno voti che in altre parti d’Italia. Tanto che Matteo Renzi, il quale evidentemente non ha digerito lo sgarbo di Merola di firmare per il referendum Cgil (vedi ItaliaOggi dell’1 giugno)  nella conferenza stampa di ieri ha affermato che anche a Bologna il risultato ha un significato locale e rispecchia il livello di gradimento del sindaco uscente, mentre Merola al contrario ha dato la colpa del suo insuccesso a una situazione politica nazionale penalizzante per il Pd: “Il quadro nazionale è stato problematico per tutto il centrosinistra e Bologna non ha fatto eccezione”. Aggiunge la sua fedele alleata, ex-assessore in vista di riconferma e prodiana doc, Amelia Frascaroli: “Ci aspettavamo il ballottaggio, purtroppo si risente molto della situazione nazionale”. Insomma, un inizio di lavaggio dei panni sporchi in casa e fuori dal Pd.

La previsione per il ballottaggio è a favore di Merola. Col rischio però che diventi un sindaco di minoranza, come avvenne per il presidente della Regione, Stefano Bonaccini (al voto, lo scorso anno, andò solo il 37% degli elettori),

Forse hanno ragione i forzisti, che hanno dovuto obtorto collo accettare una leghista come capolista del centrodestra: “se ci fosse stato invece l’accordo su un civico, come a Milano- dicono i dirigenti bolognesi-  il Pd avrebbe visto i sorci verdi”. Invece Silvio Berlusconi non ha voluto lo strappo come a Roma e ha imposto ai suoi luogotenenti locali, capeggiati dalla parlamentare Anna Maria Bernini, di accettare di gareggiare con una capolista del Carroccio, con Matteo Salvini arrivato in più occasioni ad appoggiarla creando ogni volta tensioni e problemi di ordine pubblico e presumibilmente allontanando una parte dei voti moderati. Quello di Berlusconi è stato un harakiri: Forza Italia è tracollata dal 16% delle precedenti amministrative al 6,2%. Nonostante tutto ciò, la candidata leghista ha racimolato il 22,3% e soprattutto ha battuto il (favorito della vigilia) candidato grillino Massimo Bugani.

Dove si riverseranno al ballottaggio il 15,6% dei voti dei 5stelle? Il Pd, appena chiuse le urne, ha lanciato un messaggio rivolto in prevalenza a quegli elettori che per protesta hanno scelto i grillini: “Bologna il 19 giugno deve decidere se è una città di sinistra o di destra, se siamo la città che guarda al futuro o che vuole chiudersi in se stessa. Abbiamo ricevuto il messaggio che gli elettori ci hanno voluto rivolgere attraverso il voto e lavoreremo da subito per fare meglio”.

Più esame di coscienza di così….. Oltre ai grillini si tenta di recuperare chi non è andato a votare, per la prima volta si registra nella città emiliana un significativo astensionismo: cinque anni fa si recò alle urne il 71,4%, domenica neppure il 60%. Un segnale forte di insoddisfazione ma anche l’indicazione che è finita la rendita di posizione dell‘ex-Pci. A crederlo è addirittura un ministro di Matteo Renzi, il bolognese Gian Luca Galletti (ministro all ‘Ambiente), che aveva scelto di sfilarsi dall’alleanza Lega-Forza Italia per tentare un’avventura solitaria. Così il Ncd ha appoggiato una lista civica ( Insieme Bologna) guidata da Manes Bernardini, che ha superato il 10%. Dice Valentina Castaldini, portavoce nazionale di Ncd: “Merola ha pagato la sua cattiva amministrazione. Ho parlato con il ministro Galletti, è contento, avevamo capito di dover puntare su qualcuno di diverso”.

Il fatto è che non si è trattato di un fatto episodico. Galletti è il patron di un’alleanza tra il Ncd e Flavio Tosi, il sindaco di Verona espulso dalla Lega. E Bernardini è il tosiano doc in terra emiliana. Adesso l’ovvio ragionamento di Galletti è: se l’alleanza ha funzionato a Bologna spingiamo l’acceleratore in campo nazionale in vista delle elezioni politiche. In effetti ora Galletti (e Alfano) si ritrovano con un prezioso 10% di voti da spendere al ballottaggio e non sarà una scelta facile, anche perché Renzi è col fucile (politico) puntato: contrattare un auto-da-fé a favore di Merola e del Pd (in linea con l’alleanza di governo ma contraddicendo una campagna elettorale contro la giunta comunale) oppure optare per la sirena del centrodestra (mettendo in conto la singolarità di un ministro alleato a Roma col Pd e in periferia con Lega-Forza Italia)?

“In ogni caso –dice l’antagonista di Merola, Lucia Bergonzoni- non credo che chi ha votato per loro al ballottaggio sceglierà Merola. Noi siamo un’alternativa credibile, come lo fu Giorgio Guazzaloca a suo tempo”.

Proprio su questo punterà Matteo Salvini che ha preannunciato un paio di presenze in città e intende proporre la sua candidata come un nuovo Guazzaloca: come lui a suo tempo strappò clamorosamente la città al Pd, così la Bergonzoni può ripetere quell’exploit e dipingere di verde i portici.

Se Salvini è atteso già nei prossimi giorni, Merola, a sorpresa, non gradisce che Renzi si scomodi: “Non abbiamo bisogno di trasformare il ballottaggio in un referendum pro o contro Renzi. Molti l’hanno visto così e ci ha danneggiato”. Ancora: “No al partito della nazione, avanti col centrosinistra unito”.

Quindi non ci sarà nessun incontro ravvicinato Renzi-Salvini. Ma Merola rifiuta anche un dibattito pubblico con la sua diretta avversaria: “No, il dibattito con la Borgonzoni no. Da questo punto di vista ho la puzza sotto al naso”.  Sono incominciati convenevoli e apprezzamenti in vista del ballottaggio.

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