IL REFERENDUM E LE FESTE DELL’UNITA’

di CARLO VALENTINI

Snobbate, ridotte, a volte cancellate. Sono le feste dell’Unità. Non amate dal segretario Matteo Renzi perché lontane anni luce da quel partito liquido da lui spesso teorizzato tanto che a Roma, dalla storica sede dei Giubbonari in giù non ce una sezione che funzioni dopo la cura Renzi-Orfini-Barca. Ma anche in politica vi sono i ritorni di fiamma, magari interessati. Ed è quanto sta avvenendo tra Renzi e le feste dell’Unità. Il segretario le ha riscoperte. Ha bisogno di convincere a votare sì al referendum sulla riforma costituzionale e quindi questi raduni politico-gastronomici-canori dal sapore popolare che calamitano centinaia di migliaia di italiani diventano nella strategia di Renzi l’arma per sfondare il fronte del no e portarsi a casa la vittoria. Lui penserà a bucare il video, con un Tg e un talk al giorno. Il riscoperto partito organizzato dovrà, nelle feste, spiegare a ciascuno dei partecipanti perché votare sì.

Una giravolta. Il partito liquido, tutto tv e web, fa scic nei salotti, ma i voti si conquistano col porta-a-porta e tra la gente, soprattutto se si tratta di quesiti complessi. Lo scorso anno Renzi non salì sul palco della festa di Roma e ruppe la tradizione di chiudere la festa della città-simbolo, Bologna, lasciando l’onore a Pierluigi Bersani ma di fatto disdegnando l’evento. Questa volta invece batterà le feste principali a una a una e chiuderà quella nazionale, che si svolgerà in Sicilia. Lo ha detto in direzione l’altro ieri, sorvolando sul cambiamento d’opinione: “le feste saranno il nostro cavallo di battaglia per la vittoria referendaria”. Lo slogan, comune a tutte, sarà: C’è chi dice sì. Con buona pace dei bersaniani e dei cuperliani che sulla riforma hanno il mal di pancia e invece saranno fotografati, obtorto collo, sotto gli striscioni che inneggiano al sì.

Il fatto di puntare sulle feste dell’Unità (mentre i giornalisti sono in agitazione sindacale perché vi è incertezza sul futuro del quotidiano) risponde anche, dati alla pano, a un calcolo elettorale. Nella prospettiva di un’affluenza alle urne certamente più alta di quella registrata al referendum sulle trivelle ma al di sotto della percentuale delle elezioni politiche, decisivo potrebbe risultare quanto succederà nelle aree tradizionalmente rosse, cioè Emilia, Toscana e Marche. Qui vi sarebbero le potenzialità per una corsa alle urne e un massiccio voto per il sì. Uno zoccolo duro in grado di cancellare un eventuale consenso per il no in altre parti d’Italia. Ma perché le tre regioni rispondano c’è bisogno della mobilitazione e quindi delle feste poiché le sezioni si sono, anche qui, rarefatte e impigrite. Non a caso è stato subito convocato un summit, a Modena, col governatore della Regione, Stefano Bonaccini, e il segretario regionale Pd, Paolo Calvano, entrambi di stretta osservanza renziana, in cui è stato approvato un documento che afferma “l’opportunità di caratterizzare le feste de l’Unità come luogo privilegiato per informare sul merito delle riforme messe a punto dal partito democratico e per spiegare le ragioni del sì al referendum”. Il bello è che quasi in contemporanea l’Anpi locale, cioè l’associazione dei partigiani un tempo costola del Pci,

ha annunciato l’adesione al comitato per il no. “Pazienza”, commenta Calvano, che aggiunge: “Le feste dell”Unità devono essere tutte impostate con un’indicazione chiara di promozione del sì a una legge che abbiamo discusso al nostro interno, arrivando a un’approvazione che nei diversi passaggi ha portato a maggioranze del 57% in parlamento, percentuali che penso possano essere anche superiori nel Paese se facciamo tutti il lavoro che dobbiamo fare”.

Proprio dall’Emilia partì la richiesta, nel 2014, di tornare alla vecchia titolazione di feste dell’Unità quelle che sulla scia dell’entusiasmo per l’Ulivo erano state ribattezzate feste Ds e poi feste Pd. Renzi accolse la perorazione e nel giugno 2014 emise l’editto del ritorno alla tradizione. L’inizio è fatto risalire al 1945 quando a Mariano Comense il Pci radunò i militanti per festeggiare con vino e salsiccia la liberazione. Anna Tonelli, docente di storia contemporanea a Urbino, nel libro “Falce e Tortello” (Laterza) ha ricostruito la blasonata storia di queste feste. Scrive che agli albori “come i Soviet, la festa rende omaggio alla ‘madre Russia’ con l’esposizione dei simboli (falce e martello e bandiera rossa) e dei padri storici del comunismo (Lenin e Stalin). Poi arrivano le esigenze del mercato a trasformare le manifestazioni in feste commerciali con stand, spettacoli, lotterie, ristoranti, concerti a pagamento. Una storia che attraversa oltre sessant’anni: il post-Liberazione con giornate di ‘serena felicità’ e i concorsi di Miss stellina; il miracolo economico con i nuovi consumi (cucine a gas e frigoriferi) e il beat; il ’68 con le marce dei giovani e il trionfo della cosmonauta Valentina; gli anni ’70 con i cantautori e le manie di ‘gigantismo’; gli anni ’80 fra riflusso e voglia di disco music fino al ‘tramonto’ della festa dell’Unità con il cambio del nome in festa democratica. L’unica costante che non cambia mai riguarda i veri protagonisti della festa: i ‘compagni’ volontari che costruiscono le cittadelle o lavorano agli stand, con il traino della ‘fede rossa’ a creare senso di comunità”. A cui si può aggiungere un’osservazione che fece Alberto Moravia, secondo il quale le feste combinano le tre grandi idee presenti in Italia (Moravia scrive nel 1976), cioè l’idea del mercato, quella del Soviet e della festa cattolica. E infine una recente dichiarazione del senatore Pd, Ugo Sposetti : “il partito deve alle sue feste molto più di quanto le feste devono al partito”.

Con la mobilitazione per il referendum le feste dell’Unità vivranno una seconda giovinezza. Lo storico organizzatore, Lino Paganelli, è stato sostituito da Barbara Ceruleo. E’ lei che ha guidato la kermesse nazionale dello scorso anno a Milano e che si appresta alla nuova avventura, in Sicilia, a Palermo, da fine agosto a fine settembre. Oltre a Renzi sono annunciati tutti i ministri Pd, a cominciare dalla più gettonata, Maria Elena Boschi. “Sì, la festa nazionale dell’Unità sarà in Sicilia- dice il segretario regionale Pd, Fausto Raciti. – Per la prima volta nel Mezzogiorno e per di più in un anno importante, nel cuore della battaglia referendaria. Noi, come al solito, ce la metteremo tutta. Affronteremo molti temi ma ovviamente in primo piano vi sarà il referendum e i motivi per il sì. Questa legge riconosce l’autonomia delle Regioni a statuto speciale, consente un rapporto con le Regioni attraverso un Senato che diventa una vera e propria Camera delle autonomie. Significa mettere fine a una stagione lunghissima in cui tra Camera, Senato e Regioni ha vinto l’incertezza”.

Aggiunge il presidente della direzione siciliana del Pd, Giuseppe Lupo: “Anche grazie alla festa dell’Unità la Sicilia parteciperà massicciamente alla campagna a sostegno del sì al referendum. Da oltre trent’anni si discuteva del nuovo assetto costituzionale ma nessun governo era mai riuscito a far approvare in parlamento una legge che gli italiani chiedevano a gran voce. Quello che, fino a qualche tempo fa, era solo argomento per demagogia e campagne elettorali, oggi è legge. In autunno gli elettori saranno chiamati a dire il proprio sì al futuro della democrazia italiana e dalla Sicilia arriverà un grande contributo partecipativo”.

Proprio la Sicilia potrebbe esprimere il primo presidente del nuovo Senato, il sindaco pidiessino di Catania, Enzo Bianco. Il suo principale antagonista sarà Piero Fassino se, come sembra dai sondaggi, sarà rieletto sindaco di Torino.

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